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Sul portale della parrocchia di Bedano, Gravesano e Manno potete trovare informazioni sulle diverse attività parrocchiali.


Mentre mi appresto a scrivervi questo saluto, una domanda si fa insistente nella mia mente: “che Natale vivrò quest’anno? Simile alla Pasqua, celebrata da solo, a chiese chiuse, oppure, nonostante tutte le limitazioni, potrà essere un Natale vissuto liturgicamente con tutta la comunità?”.

Sono tempi difficili quelli che ciascuno di noi sta vivendo, difficili sotto tutti i punti di vista. Questo invisibile, ma dannatamente pericoloso Coronavirus sta insidiando non solo la salute, ma pure la stabilità economica e sociale di molti. La normalità che avevamo ritrovato dopo i lunghi mesi di chiusura totale è purtroppo durata il tempo di un’estate. Ed ecco che con l’autunno e i primi freddi, la tanto predetta seconda ondata non si è fatta attendere più di quel tanto e ci siamo nuovamente ritrovati ai piedi di quella scala che con tanta fatica ed impegno avevamo iniziato a salire.

Che cosa fare? Come affrontare, per la seconda volta e in così poco tempo, una situazione destabilizzante per tutti? Il nostro Vescovo Valerio ci ha fatto dono di una lettera pastorale con la quale vuole aiutarci a vivere anche dentro questa situazione anomala. Ve ne riporto alcuni stralci:

“La nota dominante, da più parti sottolineata, è quella della sospensione. Nel nostro cuore si succedono, s’intrecciano e si sovrappongono gli slanci in avanti e i richiami prudenziali, gli stimoli alla fiducia e gli appelli a non abbassare la guardia. Così il rischio della paralisi o del minimo sforzo per sopravvivere, in queste condizioni, è tutt’altro che irreale. Da qui la sfida che siamo chiamati a raccogliere come cristiani, come ministri ordinati e operatori pastorali, ma anche e soprattutto come battezzati, abitati dallo Spirito di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti e darà vita ai nostri corpi mortali (cfr. Rm
8,11). (…) A me preme, però, che non lasciamo inascoltato, come Chiesa che è a Lugano, l’appello che il Signore sicuramente ci sta rivolgendo da dentro le precise circostanze storiche che sono le nostre. Non mi sembra teologicamente, spiritualmente e umanamente corretto pensare tutto quello che stiamo vivendo soltanto come un’interruzione temporanea dei progetti in corso, in attesa di riprenderli quando tutto sarà passato. Occorre vigilare! Non dobbiamo rischiare di preferire i nostri piani a quelli che il Signore ci sta di fatto proponendo nel concreto delle nostre vite, individuali e collettive. È giusto e doveroso fare dei programmi con gli elementi a nostra disposizione, ma dobbiamo essere pronti in ogni momento a lasciarli poi concretamente plasmare e trasformare da Dio. Non dobbiamo temere! Egli ha sempre le mani nella pasta di questa nostra storia accidentata e complessa e non cessa mai di volerne fare una storia di salvezza. (…) Quali scoperte, dolorose ma spesso anche feconde e positive, ci ha fatto fare o ci sta facendo fare questo lungo attraversamento del deserto? Ha fatto crescere in noi soltanto la paura, la consapevolezza della nostra estrema vulnerabilità, il senso del nostro limite e della nostra precarietà, oppure ci ha anche portato a risvegliare un desiderio più radicale di comunione, di vittoria sull’isolamento, di superamento di barriere e di pregiudizi ritenuti finora insormontabili? Non so ancora come precisamente e nel concreto si potrà fare, ma sogno che, disseminati sul territorio, possano nascere piccoli e umili laboratori di speranza, luoghi dove la fede in Gesù Cristo, morto e risorto, non sia solo il riferimento generico di appuntamenti religiosi garantiti dalla consuetudine, ma fermento d’intelligenza del reale, di presenza reciproca e fraterna, di attenzione a ogni forma di bisogno, di disagio e di povertà. Perché questo accada non vedo altro punto di partenza che il cuore di ciascuno di noi. È lì che, nel silenzio, nella più radicale spogliazione da ogni tentazione di affermazione di sé contro l’altro, ci attende la misteriosa e semplicissima presenza del Signore, capace di farci passare:
– dalla paura alla fiducia,
– dal sospetto alla consegna di noi stessi,
– dall’irrigidimento sui propri bisogni, sui propri diritti, sulle proprie necessità inderogabili, alla gioia dello scoprirci in relazione, in comunione. (…)
Così non dobbiamo temere questa ripresa strana dopo l’estate. Mettiamoci all’opera senza lasciarci schiacciare interiormente dal ridimensionamento esteriore delle proposte che saremo in grado di fare e di portare avanti. Ciò che dovrà essere ridotto o dilazionato non ci impedirà di coltivare l’intensità di ciò che sarà possibile. Cogliamo l’occasione per imparare ad accompagnare con pazienza e fiducia i piccoli processi di trasformazione del nostro quotidiano e di umanizzazione delle pratiche ordinarie. In questa fase, l’ardore che permane è più importante della fiammata che subito si spegne. Non dimentichiamoci di seminare comprensione e benevolenza, laddove tende a prevalere l’esasperazione per le cose che non sembrano voler cambiare e le strutture che non siamo ancora in grado di adattare ai grandi mutamenti in atto.”

Ripartire dal cuore di ciascuno di noi: è questo l’invito che il Vescovo Valerio ci rivolge. Il cuore di ciascuno di noi è anche quella mangiatoia dove il Dio fatto uomo desidera poter trovare accoglienza e dove desidera poter dimorare. Proviamo, allora, a vivere questo tempo d’incertezze e di limitazioni come l’occasione per dilatare sempre più il nostro cuore e allenarlo alla pazienza, alla capacità d’ascolto, alla condivisione, al perdono. Se così faremo, ci accorgeremo di essere stati capaci di trasformare un periodo negativo e difficile in una occasione di crescita personale e comunitaria.

E allora, non sarà importante “che Natale vivrò quest’anno”, ma che cuore sarò stato capace di plasmare.

don Massimo